Vaison la Romaine è una piccola cittadina della Provenza. Si trova alla fine di una bella pianura disseminata delle viti coltivate ad alberello che danno i piacevoli vini della valle del Rodano. Per l'abbondanza di reperti romani viene da molti considerata la Pompei di Francia. Con la fine dell'Impero Romano il centro abitato si spostò dalla pianura verso la meglio difendibile collina sull'altra sponda del fiume Ouvèze. Nel corso del medioevo, nelle dispute feudali che ebbero corso nella regione, la sommità del borgo venne munita di un castello turrito che ancora oggi domina dall'alto.
Oggi, com'è comprensibile, Vaison la Romaine è un tranquillo centro turistico, animato in estate da un rinomato festival di musica corale per cui, a qualsiasi ora del giorno e della notte, è possibile assistere a suggestivi concerti che si tengono presso il ben conservato teatro del I secolo, nella semplice chiesa romanica, nelle piazze. Le vie più ampie della città nuova nella zona pianeggiante sono animate dai plateatici dei bistrot, dei café e ristoranti. Sui vicoletti lastricati in pietra del borgo medievale che contorti si snodano verso la torre medievale, si aprono negozi di souvenir che vendono sacchetti di lavanda provenzale, borse e cappelli di paglia intrecciata, sapone di Marsiglia. Pochi i turisti che passeggiano tranquilli. Di tanto in tanto il vicolo si apre in piazzette circondate di case ben tenute, ombreggiate da un albero e rallegrate dallo scrosciare di una fontanella. Lì, sul basso muretto in pietra consunta che costeggia la piazzetta, si allineano, ben ordinati, una serie di libri. Fanno uno strano effetto all'inizio. Non si capisce bene che cosa siano, oggetti alieni piovuti chissà da dove. Si impongono con una presenza importante in questo ambiente così diverso da loro. All'inizio incutono un certo timore, come quegli oggetti che i sordomuti lasciano sui tavolini dei treni o dei bar e che non vogliamo nemmeno guardare o toccare, ma che sentiamo ingombranti nel nostro spazio. Come i pupazzetti e i gadget dei sordomuti hanno anche loro un foglietto stampato sopra, tenuto fermo con un elastico attorno al libro. Pur non parlando granché francese, non è difficile comprendere cosa vi sia scritto. “Questo libro è a vostra disposizione. Potete portarlo via per leggerlo. Riponetelo in seguito in un luogo a vostra scelta così che possa continuare il suo viaggio”. Tra i libri ci sono anche titoli interessanti. Vedo un Madame Bovary. Se solo parlassi il francese...
Ne avevo sentito parlare da qualche parte, forse in uno di quei servizi di costume e società che sempre più spesso riempiono la coda dei telegiornali e che ci si domanda sempre se siano cose reali o inventate lì per lì dai giornalisti per avere qualcosa con cui riempire i trenta minuti del TG.
Si chiama book crossing. L'idea di fondo è semplice, nuova e antica al tempo stesso, come può essere un messaggio in bottiglia. Si lascia un libro in un luogo qualsiasi: la panchina di un parco, il sedile di un treno, il tavolino di un bar o appunto il muretto di un paese in Provenza. Chi lo vede, se il titolo gli interessa, lo prende, lo legge e, se rispetta lo spirito del book crossing, lo rimette in circolazione una volta letto. Il libro, come le monete, diventa oggetto di scambio continuo, passa di mano in mano, da un lettore a un altro, compiendo un vero e proprio viaggio. Su alcuni siti internet è addirittura possibile rintracciare la strada che il libro ha percorso, i luoghi in cui è stato. Inserendo un codice identificativo viene tracciato l'itinerario del libro entrato nel circuito book crossing. Certo, la cosa presuppone che tutti quelli che entrano in possesso di un determinato libro abbiano la volontà di registrarsi, inserire i dati, ecc. La cosa può diventare macchinosa, ma resta comunque il fascino di un'iniziativa che permette ai libri di non fermarsi nelle nostre librerie domestiche a far da soprammobile e raccogli-polvere.
Certo, ci sono libri a cui magari siamo particolarmente affezionati, quelli che di tanto in tanto rileggiamo. Ma quanti sono i libri che non riprenderemo mai più dalla libreria di casa una volta che ve li abbiamo riposti? Non molti probabilmente, ma comunque li teniamo fermi lì, vittima di quella tendenza alla collezione, all'accumulazione spesso fine a se' stessa. Anche il book crossing si inserisce in quella tendenza al riciclaggio, al riutilizzo, all'allungamento della vita degli oggetti che la crisi, non solo economica, ma anche dei comportamente consumistici esasperati propri del modello di sviluppo occidentale, ha fatto riemergere. In realtà, non si inventa niente di nuovo. Nel medioevo, i monasteri si scambiavano i pochi, preziosissimi manoscritti. I libri viaggiavano chilometri a bordo dei placidi asinelli per raggiungere gli scriptoria di altri monasteri ed essere lì copiati in modo che la cultura, il sapere e la conoscenza potessero, faticosamente essere conservati e moltiplicati. Fino a non molto tempo fa gli oggetti erano costruiti per durare. A Vaison la Romaine, da duemila anni le due sponde del fiume sono collegate da un ponte costruito dai romani. Fino al 1858 era l'unico ponte presente in città. Durante la seconda guerra mondiale il ponte romano fu colpito da una bomba tedesca che lo danneggiò solo superficialmente. Tuttora continua ad essere utilizzato regolarmente da cittadini e turisti. Certo, non si può chiedere alla società del 2010 di tornare alle tecniche costruttive e ai modelli di consumo del primo secolo, ma maggiore consapevolezza sulla vita e la durata degli oggetti è quantomai auspicabile. Anche attraverso il book crossing.
Trukata, portale di baratto on line e di scambio di oggetti, può certamente dare una mano in questo processo, diventando una piattaforma ideale per il book crossing in rete. I libri potranno così varcare i limiti fisici rappresentati dal luogo reale in cui un libro può venire lasciato per entrare nel virtuale della rete. Certo, non avrà lo stesso fascino del raccogliere Madame Bovary da un muretto in una piazzetta ombreggiata di un villaggio del sud della Francia ma i libri scambiati su Trukata potranno compiere migliaia di chilometri da un capo all'altro del globo, incontrare persone diverse, per cultura, storia personale, idee e religioni. È il villaggio globale no!?